Spettro urbano

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Spezzo e prelevo ogni mio pezzo, devo sollievo alla mia razza ma anche se vedo me stesso a terra mostro compostezza. L’orgoglio falso non apprezza il nostro chiostro di spago e pezza, è l’imbroglio della rima. Non c’è sostentamento in questo violento clima, uno su tre sta spento più di prima e osserva nel cemento questo momento, con un graffittato muro che crolla. Il passato con la polvere che balla. Nonostante l’anno vada via, lei che un tempo era mia sfugge dalle mie mani come se colpita da una grave malattia.

Sono le ali della vetta che prima o poi uno raggiunge, la paura congiunge mentre bussa alla tua porta: questa città è morta.

Guidati dallo spirito del vecchio seguito, con l’orecchio evito il brutto percorso, tuonanti i canti del lutto servito senza tatto su di un piatto di contanti per far carriera vendendo rap sottocosto, ricordi com’era? Ti dico che questa via era la mia empatia, dopamina a scarica, gare di freestyle ed endorfina carica. Tutti lottavano contro se stessi e contro gli altri, era il sangue a colpi di metriche costanti. I vinti erano tanti, ma il vincitore era nessuno, si impara dagli errori pronti per il prossimo raduno. Ora neanche una sfida, la mia mente diffida da questa merda che la massa ci propina. Ho perso la mia comitiva, ho perso la mia autostima, ma non ho perso la mia diva combattiva e la mia attiva alternativa da ricco sfigato, ricco venduto, ricco minchione, la tua rima non vale il tuo milione. La città è morta e la cultura dissolta, ma io sono ancora in piedi per bussare alla tua porta.

Sono le ali della vetta che prima o poi uno raggiunge, la paura congiunge mentre bussa alla tua porta: questa città è morta.

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